p 144 .

Paragrafo 2 . La certezza del dolore.

     
Introduzione.

In  questo  panorama culturale si affaccia la figura di un pensatore
secondo  il quale l'unica certezza per l'uomo  quella del dolore  che
lo colpisce inesorabilmente, nonostante le - o in conseguenza delle  -
superiori facolt di cui  dotato: il sentire e il pensare. Il  dolore
 la prova della indubitabile presenza del nulla.
     Questo  pensatore  Giacomo Leopardi, uno dei pi grandi  poeti
della  letteratura  mondiale, figlio di quel conte Monaldo  che  aveva
sempre  contrastato con i suoi scritti politico-religiosi ogni  minimo
intento  riformatore e che si era schierato sempre non solo  contro  i
liberali,  ma anche contro le istanze di riforma che prendevano  corpo
all'interno della Chiesa.(7)

Perch Leopardi filosofo.
     
Sul carattere filosofico dell'opera di Leopardi non ci sono dubbi  -
a  partire  da quanto Leopardi pensava e diceva di s e da  quanto  di
Leopardi  dicevano  i   contemporanei.  Nello  Zibaldone  di  pensieri
Leopardi  associa poesia e filosofia come le facolt  pi  affini
tra  loro, tanto che il vero poeta  sommamente disposto ad esser gran
filosofo, e il vero filosofo ad esser gran poeta(8).
     Pietro  Giordani scrive: Giacomo Leopardi, che avete  conosciuto
e  ammirato e amato, fu (come ben sapete) sommo filologo, sommo poeta,
sommo  filosofo(9). Anche se gran parte della critica leopardiana  ha
cercato   poi   di  negare  il  valore  filosofico  al   pensiero   di
Leopardi,(10) non sono mancati coloro che quel valore hanno  messo  in
evidenza,  a partire da A. Graf (che, nel 1898,(11) notava che  quello
di Leopardi non  un pessimismo lirico puro e
     
     p 145 .
     
     semplice,  ma  multiforme,  empirico,  filosofico)  e  da   A.
Tilgher (che, nel 1940,(12) vedeva nell'opera di Leopardi una chiara e
genuina  posizione filosofica, addirittura anticipatrice di  temi  che
compariranno, ad esempio, sia in Nietzsche sia in Bergson) fino  a  S.
Solmi  (per  il  quale  il pensiero leopardiano  prefigura  i  motivi
irrazionalistici   di  Nietzsche  e  dell'esistenzialismo(13)),   per
arrivare agli studi pi recenti.(14)
     La  nostra  intenzione,  in  questo capitolo,  non    quella  di
fornire  un'esposizione organica del pensiero filosofico  di  Leopardi
attraverso  un'analisi  puntuale  delle  sue  opere,  ma   quella   di
sottoporre   all'attenzione  del  lettore  il   carattere   filosofico
dell'opera del poeta, attraverso l'individuazione di alcuni  temi  che
appaiono nei suoi scritti pi celebri.

Filosofia e poesia.
     
E'  preliminare la considerazione che con Leopardi si realizza  quella
fusione  tra  filosofia  e poesia(15) che rappresenta  una  novit  di
rilievo in campo poetico, ma anche in campo filosofico.
     L'opera  di  Leopardi  - e in questo egli anticipa  realmente  un
aspetto  della  filosofia  del futuro - fornisce  alla  filosofia  uno
strumento non solo di espressione, ma anche di ricerca, che per secoli
le era venuto meno: la poesia.
     La  filosofia, dai sofisti in poi, aveva fatto della  ragione  il
proprio unico strumento di indagine. Ed anche quando - come in Platone
o  in Lucrezio - la filosofia si esprime in forma poetica, la poesia 
al  servizio  della ragione: propone cio il risultato di  un'indagine
esclusivamente razionale.
     La  filosofia  delle  origini, invece, con i  suoi  poemi  sulla
natura(16)  presuppone  una  unit  del  pensiero,  il   quale,   pur
rifuggendo  il  mito  come  spiegazione della  realt,  non    ancora
vincolato   dagli  schemi  della  razionalit  socratico-platonica   o
aristotelica. L'Essere (e la Natura) non sono visti come  regolati  da
leggi  di  tipo  logico-matematico, ma animati  da  forze  che  sono
assimilate  a sentimenti e comportamenti umani: l'odio  e  l'amore
che  uniscono o separano i diversi elementi naturali (Empedocle);  gli
elementi  che  si sopraffanno e pagano il fio della  sopraffazione
(Anassimandro),  oppure che sono in guerra fra loro  (Eraclito).  In
questi  casi,  la  poesia  come forma di  espressione    omogenea  al
contenuto della realt espressa.
     
     p 146 .
     
     Leopardi,  scrivendo che un vero filosofo non  pu  non  essere
anche  un gran poeta, denuncia i limiti di una filosofia che presume
di conoscere il Tutto con i soli strumenti della ragione.
     
Essere, nulla e illusione.
     
Leopardi    un  materialista: egli non ha alcun dubbio  sulla  realt
dell'universo  materiale e della Natura. Nella  Ginestra(17)  troviamo
una  descrizione  realistica  -  quasi  scientifica  -  dell'universo.
L'universo    l'Essere che non muta e che fa da termine di  confronto
per gli uomini, minuscoli oggetti disposti su un granel di sabbia, il
qual  di  terra ha nome(18). In questo confronto appare  ridicola  la
visione  - dettata dall'orgoglio - che l'uomo ha di s come signore  e
scopo  del  Tutto(19).  Rispetto  all'universo  l'uomo    nulla,   /
Sconosciuto  del tutto(20).
     Alla  realt certa della Natura si oppone la fragilit dell'uomo,
il  suo annichilimento nell'eterno nascere e morire delle cose. L'uomo
-  per  la  Natura  - non ha valore maggiore della  formica:  come  un
piccolo frutto maturo, cadendo su un formicaio, provoca una strage  di
formiche,  ne distrugge tutto il lavoro e le ricchezze accumulate  con
fatica, cos il Vesuvio, in un attimo, ha distrutto le fiorenti  citt
che l'uomo aveva edificato ai suoi piedi.(21)
     Il  nulla  il destino dell'uomo. Ma l'uomo non lo accetta, e  si
domanda:  perch l'essere e la vita dell'universo devono  reggersi  ed
essere  alimentati dalla morte di tutte le cose che li  compongono?  A
questa  domanda,  cui  la filosofia non ha saputo rispondere  (osserva
Leopardi, per bocca dell'Islandese, nel Dialogo della Natura e  di  un
Islandese),  non  c' davvero risposta. La Natura -  cui  nel  dialogo
leopardiano    direttamente rivolto il quesito - non fa  in  tempo  a
rispondere  ...  a  parole:  Mentre  stavano  in  questi   e   simili
ragionamenti  fama che sopraggiungessero due leoni, cos  rifiniti  e
maceri   dall'inedia,   che   appena   ebbero   forza   di   mangiarsi
quell'Islandese; come fecero; e presone un poco di ristoro, si tennero
in vita per quel giorno(22).
     Un  Essere che si fonda sull'annichilimento di tutte le cose  che
lo  compongono   nulla esso stesso: Tutto  nulla al mondo(23).  Ma
questa  dimensione  ontologica dell'universo e il rischio  di  un  suo
annullamento   non  sono  per  Leopardi  la  fonte  principale   della
disperazione  dell'uomo, anche se il nulla della condizione  umana  si
confonde  con il nulla dell'universo: Io ero spaventato nel  trovarmi
in  mezzo al nulla, un nulla io medesimo. Io mi sentiva come soffocare
considerando e sentendo che tutto  nulla, solido nulla(24).
     L'eternit  e  l'infinit  del nulla e  l'eternit  e  l'infinit
dell'Essere  si equivalgono per l'uomo, la cui angoscia nasce  proprio
dal rapporto tra infinito e finito, fra eterno e mortale: L'orrore  e
il timore che l'uomo ha, per una
     
     p 147 .
     
     parte,  del nulla, per l'altra, dell'eterno, si manifesta da  per
tutto,  e  quel mai pi non si pu udire senza un certo senso(25);  e
ancora,  di  fronte alla morte di una persona conosciuta: E'  partito
per  sempre  - per sempre? s: tutto  finito rispetto a lui:  non  lo
vedr mai pi: e nessuna cosa sua avr pi niente di comune colla  mia
vita(26).  Leopardi  stesso spiega la causa di  questo  sentire:  La
cagione  di  questi sentimenti,  quell'infinito che  contiene  in  se
stesso l'idea di una cosa terminata, cio al di l di cui non v'  pi
nulla;  di  una  cosa  terminata per sempre, e  che  non  torner  mai
pi(27).
     L'uomo  reagisce alla disperazione di fronte al nulla  -  secondo
Leopardi - o con stupido orgoglio, o con il chiudere gli occhi davanti
alla  realt e fuggire nello spiritualismo e nella religione, oppure
con l'illusione.
     All'orgoglio  dell'uomo,  che crede di poter  dominare  un  Tutto
posto al suo servizio, abbiamo gi accennato.(28)
     Nello  stesso  contesto,  Leopardi  considera  un  insulto   alla
saggezza  (alla  filosofia)  il fatto che  ancora  nel  diciannovesimo
secolo  si  favoleggi in termini religiosi, che ancora si pensi  che
gli  autori dell'universo infinito (dell'universe cose) - siano essi
gli  di del mito classico o il Dio della tradizione ebraico-cristiana
- si siano scomodati, o si scomodino, a scendere sulla Terra per causa
dell'uomo,  e  che  a  lui  direttamente si  rivolgano  con  piacevole
conversare.(29)
     La  risposta  alla  disperazione, che occupa  un  posto  centrale
nell'analisi e nella riflessione di Leopardi,  l'illusione,  cio  la
rappresentazione  soggettiva  che  corregge  e  modifica  la   realt.
L'illusione  nasce  nella  mente e nel cuore  del  giovane  (il  vago
avvenir  di  A  Silvia(30)); la giovinezza stessa  come  un  giorno
d'allegrezza   pieno(31).  Ma  l'illusione    anche  l'atteggiamento
diffuso  fra  la gente semplice che compare nel Sabato del  villaggio,
felice  in attesa del giorno festivo.(32) Infine, l'illusione  quella
del  poeta  (e  del  genio), che riesce a  pensare  -  e  a  vivere  -
quell'universale  e  quell'infinito che la  Natura  (la  realt)  nega
all'uomo.
